
FILARMONICA BORGOGNONI
I VINCITORI
Le poesie vincitrici dell’edizione 2026 del Premio Nazionale di Poesia “P. Borgognoni” sono:
Prima classificata
Notturno · Umberto Vicaretti
Seconda classificata
Codice invisibile · Federico Zucchi
Terza classificata
Groppoli 25 agosto '44 · Dunia Sardi
Poesie segnalate
Tu chi asì? · Simonetta Barsotti
Muri · Paolo Borsoni
L'assenza impari il tuo nome · Angelo Raffaele Grande
Menzione speciale
Vacanze · Adele Andolina (di anni 12)
Inverno a Cutigliano · Anna Andolina (di anni 9)
Notturno
a mia figlia
Roma di notte trattiene il respiro,
scorda il rugghio del giorno, le sirene,
pulsa nel lampo giallo dei semafori.
I manichini dentro le vetrine
spente strizzano l’occhio,
sbirciano casomai se dentro ascolti
nuda la loro stessa solitudine.
Breve ho una fitta tra i passi e i capelli,
sento la voce che viene da nord:
ho una rosa che fiorisce a Plymouth,
tra Southside Street, seven, and the University.
All’angolo del Corso, inanimate
eppure vive, sostano alle porte
sagome senza nome né memorie,
avviluppate in cumuli di cenci.
Risalgo i Fori e sento
che tutto consumato è questo tempo,
reperto anch’io tra le colonne e gli archi.
Cerco profili e un moto impercettibile
tra l’erme a rivelare una presenza.
Disdico abbracci.
Niente
lega il mio sangue ormai a questa terra
mentre dipano il filo che mi porti,
come una volta Roma, oltre le Gallie,
antiche rotte, in cerca della rosa.
Umberto Vicaretti (Roma)
Codice invisibile
Quando ti chiedo dove sono adesso
la nonna Gabriella o il bisnonno Cornelio
tu muovi le manine in un mulinello aereo
e mostri il soffitto della cucina
con l'indice rivolto al cielo.
Credo che nessun teologo potrebbe
precisare meglio la natura degli angeli
e anche la scienza non sarebbe d'aiuto
confinando nel nulla (o nel non ancora)
ogni presenza non dimostrata.
In queste questioni sensibili
preferisco affidarmi a te, Gabriele,
che sei accanto alla nascita
e hai più dimestichezza
con l'aureola dei sogni.
In fondo sei quasi fratello
del giovane cervo
che annusa la neve
in arrivo
sul muschio dei faggi.
Federico Zucchi (Palmanova, UD)
Groppoli 25 agosto '44
a Adelmo Santini
Furono le grandi radici dell’ulivo
a sfiorare la tua fronte di luna
e a chiuderti gli occhi
nel barlume dell’alba
in un tremito di foglie
la linfa si fece di sangue
dai rami scossi caddero i frutti
e come lacrime nere
si posarono a terra
a formare un rosario
quando il sole alto
gettò i suoi fili d’oro
fra i rami spezzati
più a lungo brillò
sulla terra che ti copriva
come un’altalena di luce.
Dunia Sardi (Agliana, PT)
Tu chi asì?
Una vertigine lenta
ha guadagnato terreno sui tuoi giorni,
ha preparato il salto
palmo dopo palmo.
Per primo è stato forse il sale
nella torta di mele?
O quelle chiavi che non trovavi più
finite per caso nel vaso del geranio?
Poi quel sorriso vuoto che era quasi pianto
fino al tuo incontro-scontro con lo specchio:
“Tu chi asì?”*
E via, di colpo, ogni memoria. Cancellato il passato,
cancellata anche la tua immagine-essenza.
E il tuo io relegato in uno spazio ostile
dove le ore sono tempeste di foglie,
letti d’olive bruciate dal sole.
Solo la follia di un tempo senza tempo
e mani, mani di figlia che lavano ancora ricordi
e tentano ponti con la vita.
Forse, nelle sere d’inverno,
quando fuori piove e tu scrivi con doglie di suoni la tua assenza,
Dio è con te,
ingabbiato nel limbo del tuo fiato innocente.
E tu sei il dolore del mondo.
Sei il sospiro infinito
di madre e di figlia.
*“Tu chi sei?”, dialetto pugliese
Simonetta Barsotti (Livorno)
Muri
Cammino nelle strade
dove tutto è polvere, pietra, ferro.
Tengo mio figlio tra le braccia per non farlo cadere.
Guardo la sua bocca quando si apre per la fame.
La città è scoperchiata. Bambini, vecchi, donne
vanno con le taniche in fila dove c’erano negozi.
Camminano per quello che manca.
Anch’io cammino per un po’ d’acqua,
per un luogo dove sedermi,
per fermare il peso che opprime.
Ho conosciuto queste strade quando avevano porte.
Ora ci sono tende dove c’erano abitazioni.
Ci sono crateri dove qualcuno aveva detto: “Qui restiamo”.
Io non dico “Qui restiamo”.
Dico “oggi”, “ancora un tratto”, “qui respira”
a mio figlio che coi suoi occhi grandi sembra interrogarmi:
“Dove mi porti? Dove finisce questa strada?”.
Non lo so. So solo camminare.
I muri sono aperti e le stanze esposte al cielo.
Cammino e ogni casa sembra dire il nome di chi manca.
Cammino anche per loro, per chi non passa più,
per chi è rimasto dentro il muro,
per chi non ha avuto il tempo
di prendere in braccio il figlio.
Cammino perché mio figlio respiri ancora,
perché quando apre gli occhi e guarda il vuoto
non sa che il vuoto è tutto.
Lo stringo e cammino dentro questo mondo
portandolo tra le mie braccia.
Il suo peso è leggero. Il suo peso è immenso.
Paolo Borsoni (Ancona)
L'assenza impari il tuo nome
Mentre chiudevi la porta senza rumore
ho contato i passi che non avresti fatto
e le frasi rimaste in bilico
sul bordo del tavolo.
Un chiarore esausto
indugiava sulle sedie vuote
come se aspettasse un permesso
per andarsene.
Ho capito, troppo tardi,
che certe assenze non entrano subito:
prima sistemano l’aria,
poi spostano gli oggetti,
infine imparano il tuo nome.
Il pomeriggio non è ancora passato,
ha solo cambiato posto
e si è seduto accanto a me
con le mani intrecciate.
Fuori ridevano,
una finestra sbatteva piano.
Io sono rimasto lì
non per trattenerti
ma perché a un certo punto
qualcosa cede;
e si resta
senza più appartenere.
Angelo Raffaele Grande (Buguggiate, VA)