I VINCITORI

Le poesie vincitrici dell'edizione 2020 del Premio Nazionale di Poesia "P. Borgognoni" sono:

 

Primo Premio

Esilio di Erika De Bortoli (Feltre)

In pochi versi ben calibrati l’autrice è stata capace di evocare la sofferenza e la solitudine dell’esule in cammino. Il dolore è moltiplicato dalla consapevolezza del proprio stato: si riassume in quello sguardo rivolto a un mondo che gli è precluso, rappresentato dalle finestre illuminate dietro le quali si svolge una vita domestica serena, alla quale l’esule non può prender parte. Lo sguardo “volto a finestre illuminate” rivela il bisogno sotterraneo di un appiglio luminoso che non trova riscontro. Il senso di estraniamento e disincanto dal mondo, sottolineato dall’allitterazione di suoni consonantici sordi che evocano fatica e condanna, si traduce in immagine concreta, secondo un modello ungarettiano che si nota anche nella forza di definizione assoluta dell’ultimo verso.

 

Secondo Premio

Le Madri di Fausto Maria (Sant'Agnello)

Componimento coraggioso, senza cedimenti sdolcinati su un tema che rischiava di scadere nella banalità, attraverso l’uso di un linguaggio fatto di verbi e sostantivi, condensato in una concretezza di immagini da cui emerge la figura di una madre che esercita sul figlio una vigilanza ancestrale, fuori dal tempo, diffondendo un contagio di forza e fecondità. Le madri sono “sentinelle antiche” come divinità della terra, Grandi Madri, Gea, Cerere e Pomona, capaci però di voltarsi “per lasciare che i figli si sbuccino/perché non sia tradito/il patto della terra e le ginocchia”. Il fluire del componimento è reso con un’alternanza di versi brevi e brevissimi, ritmici e incisivi, fino all’espressione finale di una gioia non urlata, che deriva dalla consapevolezza della propria forza e del proprio ruolo di guida discreta.

 

Terzo Premio

Nella quiete del mattino di Giuseppe Nori (Ponzano di Fermo)

Un fatto di cronaca diventa l’occasione per creare, con andamento pacato, né enfatico né tragico, quasi di accettazione passiva, questo componimento amaro sul tema della morte.  Senza esprimere alcuna partecipazione emotiva né di giudizio, l’autore si sofferma sui dettagli, come a voler simulare una sequenza di scene cinematografiche con inquadrature sui singoli oggetti, preciso fino nella definizione dei luoghi. Un uso sapiente di figure di suono ed enjambement dà vita a una successione articolata in tre strofe e un distico finale che in quel “forse” racchiudono il dubbio e sembrano alludere alla scelta drammatica di una giovane che, forse, “stanca” di risvegliarsi “ancora all’alba”, ha voluto porre fine alla propria vita.

 

Poesie segnalate

Specchio ustore di Raffaele Floris (Pontecurone)

In noch finstereren zeiten di Fabrizio Bregoli (Cornate d'Adda)

Il marciapiede di Stefano Ferro (Verona)

Esilio

                                  

Vago per la strada senza appigli,

stanco d'essere straniero.

Tutto è-ciò che sono-

nel mio sguardo

volto a finestre illuminate.

D'esse nessuna m'appartiene.

Erika DE BORTOLI 

Feltre (BL)

Le Madri

Reggono sulle clavicole

l'architrave della notte

se troppo incombe

sul sonno dei figli.

Sentinelle antiche,

notturne;

sui capezzali,

sulle gioie.

Quando lanciano sguardi

la terra

si trova in grembo un seme.

Si voltano

per lasciare che i figli si sbuccino,

perchè non sia tradito 

il patto della terra e le ginocchia.

Coi piedi scalzi

setacciano il giardino al tramonto,

toccano i boccioli

e quelli s'aprono.

Capovolgono i mari

le madri,

levano all'aria i fondali

e in segreto sorridono.

Fausto MARIA

Sant'Agnello (NA)

Nella quiete del mattino

Eri ai Giardini la sera prima,

come hai detto nell'ultimo messaggio

vocale alla tua amica del cuore.

Così hanno scritto sui giornali, dove

c'erano anche due foto del tuo volto:

sorridente in una, nell'altra assorto.

 

Devo averti visto attraversare

l'atrio o prendere un libro in biblioteca,

o forse scendere la doppia scala

ad ala del Valadier verso le aule

sul cortile, in uno dei nostri tanti

giorni qualunque a Palazzo Ugolini.

 

Ti hanno trovato in stanza, sola, fredda

a terra, nella quiete del mattino.

Tutto intorno a quel tumulto, placato

infine, di ago, fiala, e fazzoletto

con il sangue, un ordine perfetto;

la scrivania, la sedia, il letto intatto,

 

dove non ti sei mai sdraiata, stanca

forse, di risvegliarti ancora all'alba.

Giuseppe NORI

Ponzano di Fermo (FM)

Specchio ustore

Novembre a fari spenti. Ci sorprende

la luce dell'estate che non muore:

regala ancora tempo agli almanacchi.

L'Autunno aspetterà come un amante

 

tradito. Ma quel lume che si accende

ci dice l'ombra, dove sia il dolore

e quanti colpi occorrano ai batacchi

delle campane. E quanto sia distante

 

questa vita non-vita che ci prende

per mano, ci sospinge nel fragore

del mondo e poi fa il conto dei distacchi

come uno specchio ustore, deformante.

Raffaele FLORIS

Pontecurone (AL)

In noch finstereren zeiten (*)

Non piove, Franco. Nessuna bufera

che sgrondi questo cielo mite e falso

lo assolva dal suo spergiuro di stelle,

quel bene che non vuole, non si sa

     redimere nè assolvere.

Ancora più garbato l'odio, avaro

soltanto nello spendersi per nome.

E troppo storpio il mio tedesco, imbelle

per contrapporgli Brecht, quelle milizie

schierate dure e limpide sul foglio.

                                                                    Restano versi – pochi –

colpevoli d'esistere, a tradurre

un qualche grumo opaco dal silenzio,

istmo tra parola e nulla,

perchè poesia non è questa di verso

in verso scoscesa luce, che dura

oltre la pietra chiara della voce,

ma questo bianco verticale, il suo

amnio illeso: l'assurdo,

di un fiore, indenne sul ciglio del Diavolo.

Fabrizio BREGOLI

Cornate d'Adda (MB)

(*) “In tempi ancora più bui": riferimento alla nota poesia di Brecht, tradotta in italiano da Franco Fortini (qui chiamato in causa con la sua poesia Traducendo Brecht)

Il marciapiede

Pioggia di passi

scalfisce il tuo volto

annerito, eppure non curi

e ti lasci passare e conosci

d'ognuno il suo incedere

agile, fragile o vigile

e di ciascuno sapresti 

il sorriso od il cruccio

se solo la voce tu avessi

per dire, che troppe di cose

hai nascoste fra le fughe

annerite di vita, di sole,

di ghiaccio, di suole che fanno

ciascuna un sussurro preciso.

                                                                 Ascolti, intendi, registri

ma taci.

E immobile guardi il trapasso

dei passi fanciulli veloci

passare da adulti ad incerti

e sfioriti nell'ultimo

tempo concesso alla vita.

                                                                 Silente compagno del vivere

nostro, tu sai che nessuno

si avvede o concede pensieri

per te, ma noi siamo quelli

che andiamo e tu, in sole o tempesta,

il solo che resta.

Stefano FERRO

Verona